domenica 15 maggio 2011

“In piedi! Morti!” I caduti e la Grande Guerra Prima Parte


Nell’aprile del 1915, sulla rivista “Pays de France” compare un’illustrazione dal titolo “In piedi! Morti!”.
Un soldato, in una trincea piena di moribondi e accerchiata dal nemico, si solleva e incita alla lotta. La didascalia così racconta questo episodio:
“In una trincea assalita, un ferito si solleva gridando: In piedi, morti! Subito gli altri feriti sorgono e respingono il nemico.”
Pays de France, Sorgete! Morti!, aprile 1915



Il disegno contiene un riquadro bianco in cui c’è una poesia firmata da Albert Laisant.
“Eroica, pugnace, imprevista, sublime./Questa invocazione ai caduti, lanciata all’improvviso, ha sorpassato l’abisso dove periscono le parole inascoltate. /Le parole immortali, i maestri della penna le hanno cesellate e curate con amore./ Voi, parole di un momento, non è sull’incudine della riflessione che foste forgiate./ Armate, nasceste come Minerva dal cervello di Giove Olimpico./ Avete la ricchezza e la freschezza delle parole che vanno ovunque e partono da niente./ In piedi, morti! In piedi!/ Come in un bel racconto i morti si sono sollevati, vendicatori./ La voce di un moribondo sale nel silenzio dei corpi inanimati dei soldati vincitori./ I nostri morti sono con noi, la loro forza è nelle nostre anime…!”
La poesia-appello ha al centro un protagonista della Grande Guerra: il caduto che risorge.
Rivolgersi ai morti e chieder loro di continuare la lotta voleva dire stringere un patto tra chi restava sul campo e chi continuava a combattere.
Non era un fatto nuovo nella storia della guerra, ma nella Prima Guerra Mondiale questo tipo di vincolo assunse una dimensione mai conosciuta dall’umanità.
Quando finì la guerra si cominciarono a contare i caduti e la somma giunse a quasi tredici milioni di individui.
La presa d’atto di questa ecatombe non fu improvvisa, nel corso del conflitto la coscienza degli europei e più in generale dell’umanità aveva maturato la consapevolezza che la guerra che si stava combattendo era la più sanguinosa della storia, ma sapere che c’erano stati così tanti morti divenne un fenomeno culturale dalle dimensioni mai conosciute.
Sui vincitori e le loro sfilate aleggiavano le ombre dei morti.
Per gli sconfitti, i caduti divennero oggetto di conflitto. Qualcuno cominciò ad invocarli per addossare ad altri la responsabilità di aver perso la guerra.
Il lutto voleva dire milioni di famiglie private dei loro figli e mariti, uccisi in territori lontani e in giovane età.
Sin da subito si iniziò la costruzione di una nuova immagine della guerra: quella dei monumenti ai caduti.
Monumento ai caduti nella piazza di Caravino, Piemonte, fotografia di S. V.


Milioni di uomini erano stati polverizzati da artiglierie di nuovo tipo, di milioni di combattenti non si era trovata nemmeno la piastrina di identificazione. Il caduto divenne “ignoto” e fu commemorato in tante capitali europee con appositi monumenti che divennero “altari della patria”.

Roma, Altare della Patria, fotografia di S.V.






In una lettera inviata da una donna italiana a suo marito al fronte, si può leggere:
“Il popolo non si stanca mai di pregare, acciò presto venga la pace, ma sembra che Dio sia veramente ostinato e perciò che sperare?…Al Municipio di Veroli sono arrivate un bel numero di lettere di soldati morti; e sono stati pregati di parteciparlo alle famiglie dopo le feste pasquali. Peppino mio mi sento stringere il cuore e le lagrime agli occhi non tardano a venirmi ogni volta che vedo una povera giovane rimasta vedova, e vittima della guerra.”
(Da una lettera di Margherita Del Nero a suo marito Giuseppe Mizzoni, 18 aprile 1916, nonna materna di Stefano Viaggio)
Nel paese di Veroli, in Ciociaria (Lazio), le autorità non vogliono comunicare alle famiglie la notizia della morte dei loro cari nel timore di turbare la solennità della ricorrenza pasquale (e l’ordine pubblico): le vedove che Margherita Del Nero incontra sono povere e giovani. Le guarda e piange pensando ai pericoli a cui è esposto suo marito.
La fotografia e più in generale l’immagine della guerra, contribuirono alla creazione del culto dei caduti alla fine della Prima Guerra Mondiale.
La realizzazione, nel corso della Prima Guerra Mondiale, di fotomontaggi in cui si evocano persone defunte o lontane apre un discorso che investe ambiti in cui sin dal suo esordio, la fotografia aveva sperimentato la capacità di penetrazione: l’evocazione di fenomeni al di là dell’esperienza umana.

Cartolina francese con un fotomontaggio in cui la madre pensa a suo figlio al fronte o caduto in guerra, data non precisata



L’elemento magico che il processo fotografico porta dentro di se: la camera oscura creatrice di un oggetto che ha bisogno della luce come forza primaria per materializzarsi, fu impiegato per l’evocazione dei defunti. L’immagine realizzata con uno strumento meccanico permetteva di riprodurre il volto di una persona e di conservarlo negli anni. L’alto numero dei dispersi creò, tra il 1914 e il 1918, aspettative nelle famiglie e indusse molti alla sperimentazione di pratiche magiche per sapere se il loro caro era vivo o morto, se sarebbe ritornato dal fronte. Il ricordo del figlio scomparso, in questa fotografia è associato in un’unica immagine confezionata a buon mercato e che rimarrà per sempre nell’archivio famigliare. Questa fotografia riprende anche un’altra tematica, quella delle milioni di cartoline in cui con fotomontaggi realizzati in studio, si ricostruiva il senso di attesa che la guerra aveva generato: il ritorno dal fronte del figlio, del fidanzato o del marito in guerra, il sostegno della famiglia ai combattenti, la fiducia nella vittoria. Si trattò di una produzione molto vasta che coinvolse tutte le nazioni impegnate nella guerra e che oggi viene studiata e analizzata alla luce di un esame dei complessi rapporti che si stabilirono tra i soldati al fronte e le famiglie rimaste nell’immensa retrovia delle popolazioni europee.



Cartolina francese spedita l’8 ottobre 1919, nella didascalia in basso c’è scritto: “sorta dai miei occhi, incisa nel mio cuore, è l’immagine del mio coraggioso artigliere”



(Su questi aspetti del rapporto tra fotografia e Prima Guerra Mondiale un contributo importante è contenuto nell’opera di Jay Winter, “Il lutto e la memoria-La Grande Guerra nella storia culturale europea”, E. Il Mulino, 1998. Sulla cartolina illustrata sono state pubblicati album e raccolte tematiche, l’opera che segnaliamo come la più importante è quella della storica dell’immagine Marie-Monique Huss, “Histoire de famille-1914-1918” Ed. Noesis 2000.)



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