domenica 16 dicembre 2012

L'inquietudine del Primo dopoguerra nelle fotografie di Le Miroir e in alcune pagine della letteratura Quarta parte

Francia e Inghilterra, scene di violenza di piazza
Con la pace alla depressione economica e alla nevrosi degli sconfitti si affiancano quelle dei vincitori. Il caso più eclatante e noto è quello italiano di cui parleremo in un prossimo post.
[E’ stato utilizzato per definire i componenti delle squadre d’azione fasciste il termine “spostati”, persone cioè non in grado di trovare una collocazione esatta nella società al termine della guerra. Ad ingrossare le file fasciste andarono piccoli e medi borghesi: nel corso della guerra avevano avuto un ruolo di comando e  nel dopoguerra dovevano riadattarsi ad una vita da eterni subalterni di qualche capoufficio. Per un ulteriore approfondimento vedi “Le origini dell’ideologia fascista. 1918-1925” di Emilio Gentile, Ed. Il Mulino, 2011]  
In Inghilterra e in Francia, apparentemente  grandi vincitori del conflitto mondiale, emergono subito i problemi celati da cinque anni di guerra e che si rivelano nella loro urgenza e drammaticità. Troppo sangue è stato versato. I soldati tornano a casa e trovano i ricchi sempre più ricchi; i ceti meno abbienti debbono fare i conti con la riconversione dell’economia di guerra in quella di pace.
Sono state fatte promesse ai popoli, si attende una maggior giustizia sociale mentre l’esempio bolscevico esercita un fascino molto forte sulle classi popolari che maggiormente hanno pagato il prezzo della guerra.

              Le Miroir N° 340 del 27 giugno 1920

Questa fotografia pubblicata sulla copertina del 340mo numero di Le Miroir sottolinea il fatto che anche oltre Manica è forte il malcontento dei soldati smobilitati alle prese con la ricerca di un posto di lavoro. Il titolo è: “Gli smobilitati inglesi non sono più soddisfatti dei nostri”. Così il commento all’immagine nella didascalia: “Hanno manifestato in modo originale: smobilitati e smobilitate hanno passeggiato nelle strade di Londra in gruppi di cinque con dei cartelli in cui è riassunto lo spirito dei combattenti, diventati ex combattenti, ecco le scritte sui cinque cartelli.-1916, tutti gli uomini debbono partire-1917, bisogna lottare sino in fondo, tutti sono d’accordo-1918, pace?-1919, le stravaganze della smobilitazione-1920, nessuno ci vuole-
                                  Le Miroir N° 340 del 27 giugno 1920



Tra i manifestanti contro la smobilitazione si può notare una donna con il cartello che denuncia le stravaganze della smobilitazione. L’Inghilterra non era nuova a manifestazioni di piazza che avevano visto come protagoniste le donne, il movimento per il suffragio femminile era stato caratterizzato da scontri con la polizia, arresti e violenze. Durante la guerra si era affermata, anche nell’immagine fotografica, un tipo di donna nuova che comprendeva due categorie: l’infermiera e l’operaia. Tutte le riviste avevano pubblicato fotografie che ritraevano donne al lavoro in fabbrica o negli ospedali. Il corpo femminile era stato utilizzato anche per propagandare la violenza e la barbarie del nemico, il corpo della donna insidiato e violato era divenuto il simbolo del focolare domestico da difendere dai nuovi “unni”, distruttori della civiltà occidentale. Alla fine della guerra milioni di donne che avevano sperimentato l’indipendenza derivata dal lavoro, vennero rimandate a casa in seguito alla smobilitazione dell’industria di guerra e anche a causa del ritorno degli uomini nella vita civile. Un cambiamento però si era verificato e le donne non erano più le stesse di prima dell’agosto del 1914. Alcune fotografie pubblicate da Le Miroir presentano un nuovo tipo di donna che si veste diversamente dal passato, le gonne si sono accorciate, i capelli sono più corti e acconciati in modo diverso. La composizione fotografica pubblicata sul numero 290 del 25 giugno 1919, presenta una donna nuova che mostra il suo corpo in modo più libero.
Le Miroir N° 290 del 25 giugno 1919



Le tensioni e le novità del dopoguerra si scaricano nel conflitto sociale ed esistenziale di ogni singolo individuo; la depressione per la disillusione, la scoperta di aver fatto parte  di una gigantesca macchina di morte in piena sintonia con i progressi dell’organizzazione scientifica del lavoro costruita attraverso la ripetitività e l’alienazione, la sensazione di non senso per il sangue sparso e la sofferenza provata in Francia, sono vissute in modo drammatico anche nelle classi alte delle società dei paesi vincitori.
Clifford, il marito tradito da Connie Chatterly, l’eroina del grande romanzo di D.H. Lawrence che scopre l’amore panico con il suo guardiacaccia e in questo modo si salva dal grande naufragio esistenziale provocato dalla guerra, è un uomo colpito nella sua capacità di esercitare il potere virile. La guerra ha ridotto Sir Clifford su una sedia a rotelle: il ricordo dell’esperienza vissuta sui campi di battaglia si manifesta in lui quando prova a sopravvivere cacciando nei campi che circondano la sua proprietà.
“E sentiva lo strido d’un coniglio preso da una donnola o alla tagliola, il cuore gli si fermava un attimo nel petto, poi rifletteva: - Anche questo è spacciato! Un altro! E io no! -. Ed esultava curiosamente. Non tradiva mai la sua preoccupazione di morire, quando parlava con Constance, ma ella indovinava, ed evitava l’argomento. Ma pure non capiva la strana, quasi inumana, animazione di lui, quando, in autunno, prendeva il fucile e andava a sparare ai fagiani; il misterioso, l’inesplicabile fremito che egli provava quando vedeva l’animale rattrappirsi in aria e piombare giù.”
[da John Thomas e Lady Jane, di D.H. Lawrence, seconda stesura de L’amante di Lady Chatterly, Ed. Sperling Paperback 1993, pagg. 6-7. Nella prima stesura del romanzo pubblicata in Francia nel 1947 dalle Editions des Deux Rives, l'opera s'intitola semplicemente Lady Chatterly. Il rapporto della donna con il suo amante è fortemente condizionato dalla differenza e quindi dal conflitto di classe; il guardiacaccia, che qui si chiama Parkin, ha combattuto in Francia ed è un uomo che non riesce a trovare una collocazione precisa nell'Inghilterra del dopoguerra. Parkin abbandona la tenuta e va a lavorare in una grande acciaieria, qui si iscrive al Partito Comunista Inglese e diventa il capo della cellula della fabbrica.]
Nei commenti che accompagnano i servizi pubblicati da Le Miroir, non troviamo assolutamente nulla di questa inquietudine che agita le classi dominanti britanniche e francesi, di questa paura e fascinazione della morte, dell’incubo rivissuto continuamente, di questo senso di castrazione che è innanzitutto incapacità di accettare lo sconvolgimento prodotto dalla guerra. Troviamo invece le immagini della lotta di piazza provocata dalla disoccupazione e dal malcontento per la delusione di tante speranze accese dalle promesse  ricevute nelle trincee.
Un immagine di guerra vera, combattuta non con cannoni e mitragliatrici, ma con i bastoni, la offre sempre il numero 290 di Le Miroir.
Le Miroir N° 290 del 25 giugno 1919



La polizia a cavallo londinese viene attaccata e costretta a fuggire  da un  gruppo di manifestanti in borghese. Nell’istantanea, pubblicata in grande formato, il centro dell’immagine si focalizza su un uomo che vibra un colpo di bastone contro un poliziotto a cavallo. Lo stupore del redattore si accompagna all’intenzione di accreditare una versione falsa degli avvenimenti.
“Questa curiosa istantanea non si riferisce alle sommosse di cui la Germania, l’Austria o la Russia sono giornalmente teatro. Questa manifestazione che ha avuto luogo a Londra, fu rapida e senza fatti grvi. Ma la fotografia merita di essere pubblicata a causa della sua mobilità e della posizione dei protagonisti. In occasione di un raduno di soldati e marinai britannici smobilitati, molti curiosi si erano ammassati davanti all’Hyde Park. La polizia ha voluto disperderli, forse un po’ brutalmente. Furiosi i manifestanti l’hanno caricata a colpi di bastone, obbligandola a battere velocemente in ritirata. ”
I manifestanti non sono dei curiosi attardati casualmente davanti al più famoso parco di Londra, ma ex combattenti esasperati dalla mancanza di lavoro e dall’agiatezza in cui vivono gli arricchiti di guerra, imboscati mentre loro andavano al fronte. I disordini e le scene di lotta di piazza, una vera e propria ripresa della lotta di classe da parte di chi ha imparato a combattere in ben altre situazioni, si estendono in tutta l’Inghilterra. Le celebrazioni del Giorno della Vittoria sono segnate da incidenti in diverse città inglesi con decine di vittime nella città di Lutton.
[Vedi “Terra di nessuno” di E.J. Leed, Ed. Il Mulino  pag. 268]
In Francia la lotta di classe riprende all’indomani della fine della guerra, si rompe così l’equilibrio assicurato dall’Union Sacrée e che ha assunto sempre più una connotazione autoritaria e di destra. Il Partito Socialista Francese è travagliato da lacerazioni interne a causa dell’orientamento filobolscevico di una parte dei suoi iscritti e dirigenti. Il Primo Maggio a Parigi, una festa che avrebbe dovuto essere celebrata all’insegna dell’unità nazionale di una Francia vittoriosa, si trasforma in una battaglia di strada. Agli incidenti del Primo Maggio segue un crescendo di agitazioni sociali e di insofferenza che contano anche l’ammutinamento di alcuni contingenti inviati in Russia a sostegno delle armate bianche. La voglia di non fare più la guerra è una delle componenti importanti della protesta dei soldati.
Così lo storico J.J. Beker descrive la situazione francese nel 1919.
Agitazione interna, con importanti manifestazioni di protesta dopo l’assoluzione di Raoul Villain, l’assassino di Jourès, il 29 marzo 1919. Agitazioni ugualmente forti il 1° maggio 1919 […]Durante l’estate , scioperi si verificano sporadicamnte, in particolare tra i metallurgici della regione parigina.”
[da La France en guerre-1914-1918 - La grande mutation, di J.-J. Becker, Editions Complexe, pagg. 183-184]
Le Miroir N°285, 11maggio 1919



Sul numero 285 di Le Miroir vengono pubblicate tre fotografie degli incidenti del Primo Maggio. Accanto a quella con i tradizionali mughetti, una con uomini mentre costruiscono una barricata e un’immagine interessante eseguita in un boulevard. Al centro, il protagonista della nuova informazione visuale cerca di mettersi al riparo dalle cariche di esercito e polizia: è un fotografo in bombetta e armato di una pesante fotocamera a lastre. Un soldato a cavallo avanza verso la folla.
Aggiungi didascalia
     Le Miroir N°285, 11maggio 1919



Questa immagine e quella degli incidenti di Londra, mostrano un tipo di fotografia nuova: il fotografo scende nelle strade delle grandi città in cui fervono vita e conflitti, fissa così momenti significativi che diventano documenti per ricostruire un’epoca. Siamo alla vigilia di una pagina nuova nella storia della fotografia che si rivelerà negli anni Trenta, quando con la crisi economica del 1929 alcuni fotografi, e tra questi Robert Capa, Gerda Taro e Cartier Bresson, entreranno nei miti del Ventesimo secolo.  

sabato 1 dicembre 2012

Il dopoguerra, l’inquietudine nelle fotografie e in alcune pagine della letteratura Terza Parte

Germania: la danza macabra



Soldati tedeschi che lasciano il Belgio dopo la rivoluzione del novembre 1918, disegno di E. Renard, in L’epopée belge dans la Grande Guerre, Ed. Librairie Aristide Quillet, 1923




Soldati tedeschi che lasciano il Belgio dopo la rivoluzione del novembre 1918, disegno di E. Renard, in L’epopée belge dans la Grande Guerre, Ed. Librairie Aristide Quillet, 1923



I disegni pubblicati su un libro ben rilegato, ricco di fotografie e illustrazioni, “L’epopée belge dans la Grande Guerre”, mostrano il ritorno a casa dei soldati tedeschi che hanno sulle divise un nastrino rosso. In Germania c’è la rivoluzione e i socialisti, guidati dal moderato Ebert, il “sellaio” come lo dipinge la propaganda reazionaria e nazionalista, sono al governo della nazione. Non è però la rivoluzione: nonostante le speranze che si accendono in Germania per un rinnovamento profondo della società, prevale invece un sentimento di sconforto e di disadattamento dei reduci dal fronte. Nella letteratura del Novecento questo sentimento è stato descritto da Eric Maria Remarque nel suo secondo romanzo, “La via del ritorno”, pubblicato nel 1932. Non ebbe lo stesso successo di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, ma non è privo di interesse, sia letterario che storico. Questa è la riflessione di Ernesto, il protagonista, quando si accorge che lui e i suoi compagni non sono compresi da chi è rimasto a casa e non ha vissuto l’esperienza della guerra di trincea.
“Per troppo tempo si è avuta compagna la morte: era una giocatrice svelta, lei, e ad ogni momento ne andava tutta la posta. Questo ci ha messo nel sangue un che di sconnesso, di frettoloso, di calcolato per l’attimo che fugge, quindi ci sentiamo vuoti, perché non è cosa adatta a queste circostanze. E questo vuoto ci rende inquieti, perché sentiamo che non siamo compresi e nemmeno l’amore ci può giovare. Un abisso insormontabile è spalancato tra i soldati e i non soldati. Ci si deve aiutare da noi.”
[Da “La via del ritorno” di Eric Maria Remarque, pag. 139, Ed Mondadori 1972, prima edizione 1932.]
I giovani che sono andati al fronte sono cresciuti nella Germania guglielmina, nazionalista, militarista e in cui si è insediato un irrazionalismo evocatore di una catastrofe imminente per il tramonto di alcuni valori che la modernità tecnologica mette in discussione. La guerra è stata la medicina contro questa angoscia esistenziale. Nel corso del conflitto, soprattutto all’inizio, i tedeschi si sono fidati delle classi dirigenti, dei generali e principi che promettevano la vittoria. Poi sono affiorati i dubbi, le incertezze e infine sono emersi il disincanto e l’aperta protesta contro il massacro. In “La via del ritorno” Remaque ambienta in una caserma desolata, il congedo di un ufficiale dai suoi soldati e lo fa con un dialogo tra un soldato pacifista e il suo comandante.
“Heel passa da uno all’altro e stringe a tutti la mano. Giunto da Max Weill, dice con le labbra sottili: -Adesso comincia la sua epoca, Weill-
-Sarà meno sanguinosa- risponde Max con calma.
-E meno eroica- dice Heel di rimando.
-Non è la cosa suprema della vita- dice Weil.
-Ma la migliore- obietta Heel –Che altro sarebbe?-
Weil ha un momento di esitazione. Poi dice: -Una cosa che oggi suona male, signor tenente: bontà e amore. Anche in questi c’è l’eroismo-
-No- risponde Heel rapidamente, come se ci avesse pensato da tanto, e aggrottando la fronte –così non c’è altro che martirio, una cosa ben diversa. L’eroismo comincia dove la ragione fa sciopero: col disprezzo della vita. E’ parente dell’ebbrezza, del rischio, delle cose insensate, perché lei lo sappia. Ben poco, invece, dello scopo. Lo scopo, ecco il vostro mondo –Perché? A qual fne? Per quale ragione? – chi fa queste domande, non ne sa nulla.-
Parla con violenza, come se volesse persuadere se stesso.”
[Da “La via del ritorno” di Eric Maria Remarque, pag. 50, Ed Mondadori 1972, prima edizione 1932.]
E inutile dire che il dialogo mette in scena le due Germanie che si fronteggiano alla fine della guerra: prevarrà, negli anni Trenta, quella dell’ufficiale ed Eric Maria Remarque dovrà abbandonare il suo paese.
Una fotografia formato cartolina rappresenta questa fiducia che i tedeschi avevano riposto nelle loro classi dirigenti. E’ inviata da un soldato a sua moglie o fidanzata. Nel testo sul retro, non c’è alcun riferimento all’immagine in cui il figlio del Kaiser Guglielmo II, il Kronprinz Guglielmo di Prussia (1882-1951) stringe la mano a un soldato. Foto-cartoline di questo tipo evidentemente erano stampate e diffuse per alimentare la fiducia. Fu inviata nell’aprile del 1916, mentre era in corso la battaglia di Verdun.

Foto-cartolina inviata il 23 aprile 1916 da un soldato di nome Karl che ringrazia per le buone sigarette che gli sono arrivate



Il vincolo che si è formato tra i soldati al fronte è molto forte, ma ancor più forte è quello che si è stabilito con chi è rimasto nelle terre che i tedeschi hanno dovuto abbandonare, i milioni di compagni caduti. Il ricordo di quella sofferenza comune cementa la sensazione di appartenere ad un altro mondo, quello di chi ha fatto la guerra e non trova nemmeno le parole giuste per raccontarla.
“Il cortile ampio e grigio è troppo grande per noi. Lo spazza un tetro vento di novembre che sa di partenza e di morte. Stiamo fra la cantina e il posto di guardia, spazio sufficiente per noi. La vasta superficie vuota intorno a noi ci richiama memorie sconsolate. Lì sono allineati, su molte file, invisibili, i morti.”
[Da “La via del ritorno” di Eric Maria Remarque, pag. 49, Ed Mondadori 1972, prima edizione 1932.]
Un’altra cartolina tedesca, questa volta non una fotografia, ma un’illustrazione, racconta il legame profondo che si è creato fra i soldati. Il titolo è “Kameraden”.

Kameraden, autore ignoto



Sul numero 308 del 19 ottobre del 1919, la rivista Le Miroir pubblica una fotografia che meglio e più di altre, esprime il dramma tedesco e l’inquietudine di questa nazione.

Le Miroir N° 308 del 19 ottobre 1919



Osserviamo il volto di questo mutilato di guerra che mostra al Presidente della Repubblica Ebert, come funziona alla perfezione un arto artificiale con cui potrà compiere i movimenti di una gamba naturale.
E’ un viso in cui la tensione si concentra nello sguardo diretto verso l’obiettivo della macchina fotografica: sulle labbra c’è una piega di tristezza e insieme di sfida. L’uomo solleva il ginocchio in atteggiamento marziale, volge le spalle ai signori che lo circondano e lo osservano con aria quasi compiaciuta per i progressi tecnologici dell’eterna Germania, oggi oppressa dalla miseria e la sconfitta. Come una tragica marionetta, quest’uomo è il rappresentate delle migliaia di mutilati ritratti da Georg Groz e Otto Dix: vagano nelle strade e attendono agli angoli, porgono la mano per domandare l'elemosina ed hanno sul petto le Croci di Guerra guadagnate al fronte. Quest’uomo potrebbe marciare sul palcoscenico di una rappresentazione del teatro espressionista. E’ l’immagine della guerra spogliata da ogni orpello retorico, è la guerra che danza con la morte. La morte si stampa sul volto del mutilato e ci guarda, ci scruta da questa fotografia per scorgere un nuovo segnale che le restituisca il ruolo di prima donna della compagnia.
Nella didascalia di Le Miroir non è possibile rintracciare nulla di ciò che questa immagine, alla luce degli avvenimenti successivi, suggerisce.
La dimostrazione del nuovo arto artificiale avviene alla Fiera di Francoforte che riapre i battenti.
“Il presidente Ebert, venuto ad inaugurare l’esposizione, si è vivamente interessato agli amputati di guerra che gli hanno presentato. Uno di essi manovra la sua gamba artificiale perfezionata, con cui riesce a fare esattamente gli stessi movimenti di una gamba naturale”
L’immagine della Germania è quella di un uomo mutilato che prova a marciare come un soldato.


domenica 11 novembre 2012

Il dopoguerra, l’inquietudine nelle fotografie di Le Miroir e in alcune pagine della letteratura Seconda parte


Germania: bandiere rosse a Berlino


Le Miroir, N° 267 del 5 gennaio 1919, ufficiali e soldati tedeschi con un grande proiettile di artiglieria.
La pubblicazione di una fotografia di questo tipo, due mesi dopo la fine della guerra, ha l’obbiettivo di sottolineare la pericolosità della Germania e le sue capacità distruttive. Queste operazioni di immagine sono finalizzate anche a mobilitare l’opinione pubblica per alzare il prezzo delle riparazioni nella prossima conferenza di Versailles.



“L’inquietudine, il radicalismo delle masse politicizzate, le agitazioni rivoluzionarie, furono intesi soprattutto, non già come strascichi della guerra, bensì quali annunci di un’epoca estranea, caotica, nella quale non sarebbe esistito più nessuno dei valori che avevano reso l’Europa grande e sicura.-E’ insomma come se il terreno ci sprofondasse sotto i piedi-“
[da “Hitler, una biografia” di Joachim Fest, Ed. Garzanti, 1999, pagg. 109-110]
Con queste parole lo storico tedesco e biografo di Adolf Hitler, Joachim Fest, descrive lo stato d’animo in cui venne a trovarsi una parte del popolo tedesco (in particolare la media e la piccola borghesia) all’indomani della sconfitta nella Prima Guerra Mondiale. Fest sottolinea questo concetto di spaesamento con la citazione di una frase del filosofo Karl Jaspers. La terra stava sprofondando sotto i piedi di un mondo che sino ad allora aveva posseduto solide certezze che ora venivano a mancare.
Questa situazione è traducibile in immagini fotografiche? Proveremo ad osservare e commentare alcune fotografie presentate dalla rivista Le Miroir all’inizio del 1919 e riguardanti la Germania, paese in cui sembrò per un momento che potesse rinnovarsi l’esperimento della rivoluzione sovietica.

Le Miroir N° 268 del 12 gennaio 1919, Karl Liebknecht parla nel corso di una manifestazione della Lega di Spartaco. Su Le Miroir non ci sono fotografie di Rosa Luxemburg.



“Il 9 novembre operai e soldati hanno abbattuto il vecchio regime in Germania. Sui campi di battaglia di Francia era svanita l’illusione sanguinaria di un potere mondiale della sciabola prussiana. La banda di banditi, che aveva acceso l’incendio mondiale e che aveva costretto la Germania in un mare di sangue, non sapeva più andare avanti. Il popolo tradito per quattro anni e che, servendo il mostro, aveva dimenticato il dovere culturale, il sentimento d’onore e l’umanità, che si era lasciato manovrare per ogni scelleratezza, si svegliò dal suo congelamento durato quattro anni sull’orlo del precipizio. Il 9 novembre si alzò il proletariato tedesco per liberarsi dal giogo vergognoso. Gli Hohenzollern furono cacciati, furono eletti i Consigli degli operai e dei soldati.”
[da Dopo l’Ottobre, AA.VV, pag. 44, Ed. Mazzotta 1977]
Così inizia il documento programmatico dei comunisti tedeschi del KPD (Spartakusbund-Lega di Spartaco), presentato al Congresso di fondazione, il 1 gennaio del 1919. In Germania la rivoluzione democratica ha abbattuto il vecchio potere guglielmino, sconfitto sui campi di battaglia; ora la componente comunista del movimento operaio tedesco, guidata da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, indica nella presa del potere da parte dei Consigli degli operai e dei soldati, la strada per completare la Rivoluzione del novembre 1918 e proseguire verso quella mondiale, iniziata con la presa del potere da parte dei bolscevichi e la conseguente guerra civile.

Le Miroir N° 268 del 12 gennaio 1919, entrata della guardia prussiana a Berlino e manifestazione di sottufficiali contro il governo socialdemocratico. Sono gli ufficiali e i sottufficiali smobilitati che forniscono ai “corpi franchi” i quadri dirigenti per compiere la repressione del movimento insurrezionale organizzato dai comunisti spartachisti.



Il tentativo rivoluzionario fallisce: il proletariato tedesco rimane sostanzialmente fedele alla socialdemocrazia ora la governo e decisa a stroncare ad ogni costo il tentativo rivoluzionario.
Gli spartachisti sono sconfitti in poche ore e i due capi rivoluzionari assassinati, il governo socialdemocratico presieduto da Ebert affida il compito di ristabilire un ordine precario e inquieto ad ufficiali del vecchio esercito prussiano che covano il rancore per la cosiddetta pugnalata alle spalle, sferrata, a loro parere, da disfattisti, operai socialdemocratici ed ebrei.
[Per comprendere lo spirito dei componenti di quelli che passeranno alla storia come i Corpi Franchi del Baltico è fondamentale la lettura del romanzo autobiografico di Ernest Von Salomon, I Proscritti. L’autore, membro dei gruppi paramilitari di estrema destra e coinvolto nell’assassinio del Ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar, Walther Rathenau, descrive con uno stile assai crudo la guerra civile che si scatenò in Germania all’indomani dell’11 novembre 1918. Il tono eroico e insieme disperato del romanzo, fanno di quest’opera un documento umano di grande valore per la comprensione degli eventi successivi nella storia tedesca fra le due guerre. I Proscritti è divenuto nel tempo, uno dei testi di culto per i gruppi di destra e di estrema destra in Europa.]
Su Le Miroir grande risalto viene dato agli avvenimenti tedeschi delle prime settimane del 1919.

Le Miroir N° 270 del 26 gennaio 1919, un soldato presiede la sfilata delle truppe al rientro dal fronte ad Amburgo. Il commento a questa fotografia sottolinea come i ruoli nell’esercito si stiano capovolgendo: gli ufficiali devono far posto ai soldati semplici. Questa idea di disordine nella tradizionale scala gerarchica, era già stata avanzata nei commenti alle immagini che provenivano dalla Russia rivoluzionaria.



Alcune delle fotografie di Le Miroir fanno parte della storia del Ventesimo secolo: i soldati armati insieme agli operai, la folla che ascolta i comizi, i combattimenti per le strade di Berlino, una grande autoblindo che apre il fuoco sugli spartachisti, le vittime e i funerali dei capi rivoluzionari uccisi, l’ultima fotografia di Kurt Eisner, presidente della Repubblica Bavarese dei Consigli ucciso dal nazionalista conte Arno Valley, le manifestazioni contro i primi tentativi della destra nazionalista di prendere il potere (putsch di Kapp). Sono questi i momenti in cui la fotografia riesce a sintetizzare in alcuni “scatti” una crisi profonda in cui si pongono i presupposti per quel processo politico-culturale che il regista svedese Ingmar Bergman ha raccontato in un film dedicato alla Germania degli anni Venti, “L’uovo del serpente”.

Le Miroir N° 272 del 9 febbraio 1919, un autoblindo governativa interviene contro gli spartachisti a Berlino.



Le Miroir N° 269 del 19 gennaio 1919, un’altra autoblindo su cui è stata issata una bandiera rossa da parte degli spartachisti.



Nelle didascalie che accompagnano queste fotografie c’è un certo compiacimento per la situazione in cui è precipitata la Germania, è unito al timore che il movimento rivoluzionario possa guadagnare terreno e alla soddisfazione per il successo delle forze moderate.

Le Miroir N° 274 del 23 febbraio 1919, la folla assiste ai funerali di Karl Liebkecht. Nonostante la sconfitta qui si può notare una vasta partecipazione popolare. La repressione del movimento spartachista da parte del governo socialdemocratico di Ebert e Noske, peserà profondamente nella storia futura dei due partiti della sinistra tedesca. La divisione e l’accusa di social fascismo, rivolta dai comunisti ai socialdemocratici favorirà la vittoria del nazionalsocialismo all’inizio degli anni Trenta.



Le fotografie che abbiamo visto in questo primo capitolo dedicato alla Germania nel 1919, s’inseriscono in quell’enorme flusso di immagini che ormai sta invadendo i quattro angoli della terra. Le Miroir pubblica con qualche settimana di ritardo le fotografie che giungono dalle agenzie e descrivono una situazione che potrebbe anche riportare la Germania nell’argine di ordine borghese e moderato auspicato da Francia e Gran Bretagna, ma non sarà così. Nel secondo capitolo concentreremo l’attenzione su una fotografia che riguarda la crisi tedesca, ma che può assumere significati più generali per l’uomo europeo all’indomani della Grande Guerra.

venerdì 2 novembre 2012

Il dopoguerra, l’inquietudine nelle fotografie di Le Miroir e in alcune pagine della letteratura.

Prima parte.
Vincitori e vinti
Il numero 259 di Le Miroir è datato 10 novembre 1918: il giorno dopo la guerra finisce, alle 11 del mattino. Sino a quell’ora ci saranno altre vittime in inutili tentativi di assicurarsi posizioni di vantaggio. Soldati e ufficiali dall’una e dall’altra parte cadono anche qualche minuto prima della cessazione delle ostilità.
Sul questo numero della rivista appaiono due fotografie, che meglio di altre riassumono l’idea della sconfitta tedesca e della vittoria dei soldati dell’Intesa.
La copertina mostra l’immagine cruda di guerra vera con un povero essere accartocciato: è un mitragliere tedesco accanto al suo strumento di morte ormai inservibile.
La Germania ha perso lo scontro per l’egemonia mondiale: nonostante l’ultima offensiva, i suoi uomini giacciono come povere cose in fondo alle trincee e nei ricoveri.

Le Miroir N° 259, 10 novembre 1918



Le Miroir N° 259, 10 novembre 1918



Nel paginone centrale una grande fotografia con l’esultanza dei soldati del Regno Unito a Saint Quentin liberata. E’ gente che esulta, sa che la guerra sta per finire e attende con ansia il segnale del cessate il fuoco. Hanno vinto, vogliono tornare a casa e sono stanchi di sangue, ma per il momento il nemico è ancora dinnanzi a loro e il compito è quello di proseguire la marcia per la vittoria finale. Stanno incalzando un avversario che si è battuto come un leone, si ritira nel massimo ordine e distrugge tutto quello che lascia alle spalle.
In qualche modo i vinti e i vincitori hanno cambiato il mondo: di quello che avevano conosciuto prima del 1914 non resterà nulla, se non il rimpianto per un’epoca che come tutti i finis entra nella leggenda.
Lo scrittore americano Francis Scott Fitzgerald in Tenera è la notte (prima stesura 1925), rivisiterà quel mondo scomparso con poche e significative righe scritte raccontando la visita dei personaggi del suo romanzo nei luoghi dove oggi sorgono i più importanti siti della memoria, consacrati ai combattenti inglesi e dei Dominions che vi lasciarono la vita: Beaumont Hamel e Thiepval.
“Dick svoltò l’angolo della traversa e continuò a percorrere la trincea. Giunse al periscopio, vi applicò l’occhio un momento, poi salì sul gradino e si sporse dal parapetto. Davanti a lui, sotto un cielo cupo, era Beaumont Hamel; alla sinistra la tragica collina di Thiepval. Dick la fissò attraverso il binocolo, con la gola chiusa di tristezza[…]
-Questa terra costò settanta vite umane al metro quell’estate. - disse a Rosemary[…]
-E’ morta tanta gente, da allora, e presto saremo morti tutti.- disse Abe con fare consolante.
Rosemary aspettò intensamente che Dick continuasse.
-Guarda quel ruscelletto: potremmo raggiungerlo in due minuti. C’è voluto un mese per gli inglesi per raggiungerlo: un intero impero che camminava molto lentamente, moriva sul fronte, e avanzava passo passo. E un altro impero indietreggiava, molto lentamente, qualche centimetro al giorno, lasciando i morti come un milione di tappeti insanguinati. Nessun europeo di questa generazione lo farebbe di nuovo. -
-Come, hanno appena smesso in Turchia. - disse Abe.
-E in Marocco…-
-E’ diverso. Quest’affare del fronte occidentale, non si potrebbe fare da capo, almeno per un pezzo. I giovani credono che potrebbero farlo, ma non è vero. Potrebbero combattere da capo la prima battaglia della Marna, ma non questa. Questa implicava religione e anni di abbondanza e tremende certezze e rapporti esatti che esistevano tra le classi. I russi e gli italiani non fecero niente di buono su questo fronte. Bisognava avere un equipaggiamento sentimentale tutto anima, capace di andare indietro più di quanto si potesse ricordare. Bisognava ricordare il Natale, e le cartoline del Kronprinz con la sua fidanzata e i caffeucci di Valencia e le birrerie dell’Unter den Linden e i matrimoni al Municipio e il Derby, e le basette del nonno.-
-Il generale Grant inventò questo tipo di battaglia a Petersburg nel '65.-
-No, non è vero: ha soltanto inventato il macello in massa. Questa specie di battaglia è stata inventata da Lewis Carrol e Jules Verne, da quello che ha scritto Undine e dai diaconi di campagna che giocano alle bocce, dalle madrine di Marsiglia e dalle ragazze sedotte nei vicoli del Wuttemberg e della Westfalia. E’ stata una guerra d’amore: un secolo d’amore borghese. E’ stata l’ultima guerra d’amore.-
-Dovresti offrire questa battaglia a David H. Lawrence . - disse Abe.
-Tutto il mio mondo sicuro è scoppiato qui in un gran turbine d’amore ad alto esplosivo. - insisté Dick.
[da Tenera è la notte di F. Scott Fitzgerald, pagg. 118-119, Ed. Oscar Mondadori, 1969]
Gli storici, i sociologi, gli studiosi di psicologia di massa hanno sottolineato come nella coscienza degli uomini che parteciparono al conflitto si fosse sedimentato un profondo turbamento che non si cancellò mai.
I soldati che si sono battuti su tutti i fronti hanno vissuto un’esperienza, in qualche modo indimenticabile. Sono stati attori e vittime di una tragedia epocale e che lascia un segno indelebile.
Lo storico Eric J.Leed nel suo Terra di nessuno, un testo fondamentale per la comprensione dei risvolti psicologici di chi partecipò e sopravvisse alla Grande Guerra, ha scritto:
“La casualità della morte al fronte, il carattere impersonale della violenza, erano accompagnate dal riconoscimento che ci fossero uomini dietro queste macchine, uomini che avevano scatenato e continuavano questa guerra, uomini che perseguivano la morte dei soldati immobilizzati nelle trincee. Questa combinazione di casualità, impersonalità, e volontà umana dietro la violenza tecnologizzata della guerra, rappresentava il fattore demolitore delle difese psichiche dei combattenti. Robert Graves sostenne che chiunque avesse trascorso più di tre mesi sotto il fuoco di prima linea poteva essere legittimamente considerato un nevrastenico.”
[da Terra di nessuno di E. J. Leed, pag. 238, Ed. Il Mulino, 1985]
Robert Graves, l’autore di "Io Claudio", parla a ragion veduta: ha sperimentato sulla propria pelle cosa vuol dire essere sottoposti al fuoco di sbarramento durante o prima di un’offensiva.
La condizione del soldato al fronte e la sua tensione psicologica sono descritte in modo efficace nei versi di un altro poeta inglese della Grande Guerra, Siegfried Sassoon.
"I soldati sono cittadini del paese grigio della morte,
Non traggono dividendi di domani dal tempo.
Nella grande ora del destino essi stanno,
Ciascuno con le sue avversioni, e gelosie, e dolori.
Con la loro vita in un culmine fatale e fiammeggiante.
I soldati sono sognatori; quando i cannoni prendono a tuonare
Pensano a focolari accesi, candidi letti, e spose.
Li vedo nei ricoveri immondi, rosi dai topi,
Nelle trincee sconvolte, frustati dalla pioggia,
Sognare ciò che un tempo facevano con racchette e palle.
Beffati dal vano desiderio di riavere
Giorni di vacanza, e spettacoli, e uose,
E di andare all’ufficio in ferrovia.
[da Sognatori di S. Sassoon]
Questo accumulo di tensione che i soldati si portano dietro ritornando alle loro case si scarica nelle vicende politiche e sociali dei mesi, degli anni successivi alla Grande Guerra. La pace, insieme alle manifestazioni di esultanza, di gioia e di lutto, produce inquietudine. E’ attorno a questa parola che occorre ragionare osservando alcune fotografie pubblicate da Le Miroir nel periodo precedente la sua trasformazione in un giornale sportivo illustrato.

sabato 13 ottobre 2012

Gallipoli 1915 Seconda parte

Le Miroir 1915, soldati senegalesi nelle trinccee di Gallipoli



Il significato della spedizione di Gallipoli
Australiani, neozelandesi, africani, turchi, ufficiali tedeschi…Insieme a inglesi e francesi sulla Penisola di Gallipoli ci sono soldati che provengono da lontani continenti del pianeta. Di fatto a Gallipoli, per ragioni legate alla situazione geopolitica dell’epoca, “età degli imperi”, avviene la sperimentazione della dimensione mondiale del conflitto. Cosa che si preciserà negli anni seguenti.

Le Miroir 1915, australiani sulle spiagge di Gallipoli



Gli avvenimenti militari si esauriscono alla fine del 1915, ma in seguito a questo tentativo di sbloccare la guerra impantanata nelle trincee del Fronte Occidentale, si compie un vero e proprio salto che porta uomini provenienti da altri continenti a combattere una guerra che sino a quel momento è essenzialmente europea. E’ sulle spiagge della penisola di Gallipoli che comincia a formarsi, drammaticamente, quella coscienza nazionale dei popoli che facevano parte dei grandi imperi coloniali, ad esempio gli Australiani.
E’ difficile dire come la fotografie restituiscano tutto questo: esse mostrano i soldati che si rintanano nelle trincee sotto un sole implacabile, i morti davanti al filo spinato e un altro aspetto della guerra, il genocidio degli Armeni da parte dei turchi.
Gli Armeni in fuga
Ancora una volta in Turchia, gli Armeni vengono accusati di collusione con il nemico esterno e sterminati con atroci sofferenze, accompagnate da stupri, marce della morte, vendita di bambini e uccisioni di massa.
La rivista Le Miroir documenta il salvataggio di donne e bambini armeni a bordo di navi francesi


Le Miroir 1915, donne e bambini armeni sull’incrociatore Foudre



Così la rivista informa i francesi di ciò che sta accedendo in Turchia.
“In seguito all’irresistibile avanzata nel Cucaso delle truppe russe, composte su questo fronte quasi esclusivamente da Armeni, i Turchi hanno massacrato centinaia di migliaia di Armeni di Turchia. Tre nostri incrociatori, il Foudre, il Guichen e il Destrèes, sono riusciti ad imbarcare nella baia di Antiochia, quattromila di questi disgraziati che sono stati trasferiti ad Alessandria. Le nostre fotografie li ritraggono sul ponte del Foudre, al momento dello sbarco in Egitto.”
L’immagine della morte
Francia e Inghilterra hanno sottovalutato la capacità dei Turchi di combattere e di resistere: gli assalti e le controffensive turche riescono a rintuzzare i tentativi di avanzata franco-britannica sul territorio della penisola di Gallipoli. E’ stato calcolato che fra i caduti dell’Impero Ottomano ci siano stati circa 250.000 uomini. Ancora una volta la fotografia documenta questo massacro, non sono fotografie diverse da altre eseguite sul Fronte Occidentale e si aggiungono a quell’immagine inedita della violenza e della morte, provocata dalla guerra che riviste come Le Miroir contribuiscono a diffondere.
Le Miroir documenta una situazione che presto diventerà insostenibile a causa dei cadaveri abbandonati a marcire al sole e coperti di mosche.

Le Miroir 1915, soldati turchi uccisi davanti alle trincee di Krithia



La rivista francese addossa alla conduzione dell’esercito turco da parte dei tedeschi, la responsabilità di tante vittime.
“Nei loro attacchi a ranghi serrati, alla tedesca, i Turchi subiscono perdite enormi. In più di 100.000 sono caduti nella penisola di Gallipoli, e gli ospedali di Costantinopoli rigurgitano di feriti. Questi uomini si battono con coraggio, ma l’ardore dei nostri Senegalesi, marocchini, australiani e hindu è senza eguali. Le istantanee che riproduciamo sono state eseguite in prima linea davanti a Krithia, dopo un violento combattimento all’arma bianca.”
C’è nel commento il riconoscimento del valore dei turchi e questo fatto è il sintomo di una valutazione negativa sulle possibilità concludere con successo l’impresa. Una fotografia mostra un momento dell’armistizio concordato per la raccolta e la sepoltura dei cadaveri.

Le miroir 1915, armistizio per la raccolta e sepoltura dei cadaveri



Questa fotografia viene pubblicata sulla copertina del numero 108 del 19 dicembre 1915 con un notevole ritardo sugli avvenimenti, tra settembre e gennaio del 1916 è stata completata l’evacuazione del corpo di spedizione dalla penisola di Gallipoli: l’operazione è stata un fallimento.
Alla guerra come ad un’allegra avventura
Accanto al riconoscimento del valore dei turchi, nei commenti e nelle fotografie c’è anche una certa immagine dei soldati australiani che si sono arruolati e sono partiti per l’Europa come se andassero verso una grande e spensierata avventura. Una fotografia mostra dei soldati francesi che si gettano in mare per una fresca nuotata, nella didascalia si parla di gare di nuoto organizzate dagli australiani.

Le Miroir 1915, gara di tuffo nel mare davanti a Mudros



Così la rivista francese commenta questa fotografia definita divertente.
“Il bagno è la distrazione favorita dei soldati e dei marinai del corpo di spedizione in Oriente. Durante il gran caldo dell’estate è stato per loro un piacere e un ristoro bagnarsi più volte al giorno nell’acqua fresca. Come i loro compagni della marina e dell’esercito britannico, e principalmente gli Australiani, hanno organizzato dei concorsi di nuoto e di tuffi molto combattuti. Questa fotografia divertente è stata eseguita nella rada di Mudros, dal ponte di una delle nostre navi da guerra.”
Le operazioni militari subiscono una fase di stallo nel corso dell’estate quando falliscono gli attacchi verso Krithia e sull’altopiano di Achi Baba, anche il tentativo di sbarco sulla Baia di Sulva non consegue gli obbiettivi: i turchi o riescono a resistere oppure passano alla controffensiva e con successo.
Una fotografia che potrebbe esser stata eseguita sul Fronte Occidentale, mostra un posto di soccorso in una trincea davanti ad Achi Baba.

La Miroir 1915, un posto di soccorso francese davanti alle alture di Achi-Baba



Le Miroir non nasconde le difficoltà a Gallipoli.
“La cresta di Achi-Baba, fortificata dai germano-turchi,costituisce un ostacolo formidabile per gli alleati nella penisola di Gallipoli…un posto di soccorso nelle nostre linee, i primi feriti arrivano.”
C’è una fotografia che potrebbe sintetizzare ciò che abbiamo tentato di raccontare? Forse l’immagine che resterà per sempre nella memoria di chi oggi ripercorre la storia della spedizione di Gallipoli è quella di una spiaggia rocciosa su cui si accalcano uomini e materiali, inchiodati a rimanere in basso sotto il fuoco delle mitragliatrici. Nel 1915 il paesaggio di guerra non cambia, è caratterizzato dall’immobilità, con la variante del mare sullo sfondo.

stefanoviaggio@yahoo.it

mercoledì 26 settembre 2012

Gallipoli 1915 Prima parte




Sur le vif 1915
“Una nave da trasporto sbarca, come grappoli umani tra i calanchi, le truppe agguerrite che provengono dall’Australia.”






L’idea della spedizione di Gallipoli

La spedizione di Gallipoli fu uno dei più grandi insuccessi dell’Intesa nel corso della Prima Guerra Mondiale.
Seguiremo le diverse fasi di questo avvenimento attraverso alcune fotografie pubblicate nel corso del 1915.
All’inizio del 1915 si fece largo nelle alte sfere politico-militari britanniche l’idea di spostare il teatro di guerra dai fronti occidentale ed orientale e debellare in un colpo l’Impero Ottomano, entrato nel conflitto a fianco degli Imperi Centrali.
In questo modo si sarebbe sbloccato il Mar Nero e minacciata l’Austria-Ungheria dai Balcani.
Il progetto corrispondeva all’ esigenza di aiutare l’Impero zarista che tra la fine del 1914 e l’inizio del 1915, aveva subito dure sconfitte con un alto numero di perdite; i generali dell’Intesa guardavano sconsolati le trincee del fronte occidentale e non vedevano strade per sbloccare la situazione di stallo che si era venuta a creare, inoltre bisognava convincere l’Italia ad entrare in guerra contro Austria e Germania e intimorire la Bulgaria e la Romania. A tutto questo bisogna aggiungere le mire imperialiste di Francia e Inghilterra che guardavano all’Impero Ottomano come una grande torta da spartire, con un occhio particolare alla questione del petrolio in quello che sarebbe diventato l’odierno Irak.
Sulla spedizione di Gallipoli vennero riposte grandi speranze, ma tutto si risolse in un inutile massacro. L’Italia entrò in guerra solo contro l’Austria quando sembrava che l’attacco contro la Turchia avesse possibilità di successo, ma la Bulgaria, nel momento in cui fu chiaro che gli anglo-francesi non riuscivano a conseguire l’obbiettivo di occupare Istambul ed entrare nel Mar Nero, entrò in guerra a fianco degli Imperi Centrali.
L’avventura anglo-francese a Gallipoli fece una vittima illustre: Winston Churchill, a quel tempo Primo Lord dell’Ammiragliato. Churchill aveva sostenuto la spedizione anche quando era chiaro che non avrebbe portato ad alcun risultato e alla fine dovette dimettersi: si arruolò e andò a combattere nelle trincee di Fiandra. La sua idea su Gallipoli era certamente coraggiosa e innovativa, ma ebbe scarso appoggio e la spedizione fu organizzata in modo confuso.
Churchill aveva pensato anche a rudimentali carri armati per sbloccare la guerra di trincea, ma nel 1915 nessuno gli diede ascolto.
Un cattivo inizio
Dopo un primo bombardamento navale contro le vecchie fortezze turche a guardia dello stretto dei Dardanelli, il 19 marzo 1915 una squadra navale anglo-francese tenta di raggiungere il Mar di Marmara, ma incappa in uno sbarramento di mine che in precedenza non era stato eliminato. Due corazzate inglesi e una francese colano a picco con un elevato numero di vittime.
Con una sequenza di due fotografie la rivista francese Sur le vif racconta l’affondamento della corazzata Bouvet.
Nella prima immagine la corazzata ha appena urtato la mina e già si leva il fumo dell’esplosione. In un riquadro, la nave è mostrata in piena efficienza mentre naviga verso i Dardanelli.

Sur le vif 1915
La seconda fotografia, come la prima, ha una crocetta in corrispondenza della linea di costa. La didascalia così commenta la fine del Bouvet:
“La seconda rappresenta la catastrofe, quando la nave cola a picco tra le grida dell’equipaggio che urla -Viva la Francia!-. Se si cerca sulle fotografie la linea della costa (evidenziata dalla crocetta), si constata che le Bouvet ha avuto il tempo di percorrere soltanto la metà della sua lunghezza, prima di affondare. Solo qualche secondo è passato tra l’esplosione della mina e la distruzione della nave gloriosa.”

Sur le vif 1915
A parte l’evidente (e macabra) forzatura sui marinai che gridano “Viva la Francia” mentre vanno incontro all’annegamento, colpisce l’attenzione alla dinamica fotografica dell’evento che la rivista cerca di mostrare in presa diretta, invitando il lettore a constatare la rapidità con cui la nave è affondata. E’ come se si dovesse trovare una giustificazione del disastro nella potenza della mina posata dai turchi con l’aiuto dei tedeschi.
Lo sbarco sulla Penisola di Gallipoli
Il comando della spedizione è affidato ad un generale che ha combattuto nella guerra anglo-boera del 1900, Sir Ian Hamilton, a fronteggiarlo ci sono i turchi diretti da un tedesco, il generale Otto Liman von Sanders. Tra gli ufficiali turchi c’è Mustafà Kemal: ha partecipato al movimento dei Giovani Turchi e sarà l’anima della resistenza. Nel dopoguerra Mustafà Kemal diventerà il capo della nuova Turchia con il nome di Ataturk, “padre di tutti i turchi”.
Tra il 25 e il 26 aprile avviene la prima operazione anfibia in grande stile nella storia della guerra moderna, ma è confusa e mal diretta: si scontra con un’inaspettata resistenza turca.
E’ a questo punto che le fotografie cominciano a mostrare spiagge su cui si accalcano centinaia di soldati che sotto un sole cocente cercano di accamparsi e ripararsi sotto il tiro incrociato di mitragliatrici e fucili turchi.


Sur le vif 1915



Così la rivista commenta l'immagine che presentiamo sopra:
“Massa di prigionieri ottomani portati su una spiaggia della penisola di Gallipoli pronti ad essere imbarcati e trasportati a Tènèdos. Si tratta soltanto di una piccola parte dei soldati turchi catturati nei primi giorni dello sbarco.”
All’inizio e come al solito, vengono mostrati i prigionieri , ma ben presto verranno mostrati i soldati del corpo di spedizione aggrappati a queste spiagge desolate.

Sur le vif 1915
“Cratere prodotto da una grossa mina tedesca nelle nostre linee.”



Di fatto la spedizione di Gallipoli si trasforma in una guerra di trincea con i turchi dall’alto e il corpo di spedizione in basso che, nonostante le continue offensive frontali, non riesce ad andare avanti. Un ruolo importante in questa vicenda lo avranno gli australiani e i neozelandesi, inquadrati nell’ANZAC ( Australian New Zeland Army Corps),

Sur le vif 1915
“Infermieri australiani che trasportano dall’infermeria di campo alla spiaggia per poi imbarcarli sulle navi.”



stefanoviaggio@yahoo.it